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lunedì 17 ottobre 2011

La litote, uno stile di moderazione




Anche la struttura poetica annovera nel suo esprimersi elementi di moderazione, capaci di riuscire a render palese una caratteristica attraverso l’espressione del suo contrario, strumentalizzando cosi aggettivi divergenti che appaiano efficaci nel render comprensibile un concetto mai esplicito né assoluto. Tale metodica, consuetudinaria dell’arte poetica è denominata Litote, una figura retorica mediamente utilizzata involontariamente, dal momento che giornalmente rientra nella naturalità del linguaggio comune. Sostanzialmente nella sua implicita funzione concede al lettore di risalire ad un vocabolo o concetto chiave che per ovvi motivi l’autore tende a non render esplicito, ma lascia che la trascrizione del suo opposto possa render comunque chiara la caratteristica del sostantivo in questione apparentemente occultata. Tale figura diviene mediana efficace tra un soggetto specifico narrato e l’elemento distintivo che lo rappresenta, non essendo mai quest’ultimo definito in maniera nettamente esplicita ed incondizionata. La comprensione di modelli pratici, rappresentanti l’effetto derivato dall’utilizzo della Litote sul testo poetico, è visibile in uno svariato patrimonio di fraseggi, versi moderatori che al loro interno includono qualità subliminali, all’apparenza celate ma nel medesimo tempo alquanto chiare e percepibili. Un esempio tratto dalla classicità poetica è leggibile tra le strofe del Foscolo, il quale nel suo componimento a Zacinto strumentalizza la figura retorica in questione, riuscendo elegantemente a render chiaro un concetto pur senza sbilanciare chiaramente il suo enunciare, il passo “ onde non tacque”, diviene soddisfacente rimostranza del come la negazione abbia potuto indicare invece un atto compiuto, giacché in tal caso, il non tacere divenne sinonimo del parlare. Una tecnica tanto arguta quanto infallibilmente adorna di caparbia stilistica. La litote non appare riconoscibile solamente attraverso l’utilizzo della negazione, bensì essa è manifesta in altre peculiarità, come l’attenuazione di un concetto, l’enfasi dello stesso o nei casi più articolati diviene eufemismo ed ironia. In primis, qualora essa esprimesse l’accezione enfatica, lascerebbe trasparire alla lettura un’immediata percezione della finalità d’intento e d’un mostrare un qualcuno o qualcosa. La si consideri un esibizione di natura sintattica, finalizzata a dar rilievo ad un concetto, ostentandone il suo significato ed i suoi effetti. L’enfasi non è solamente un elemento poetico, questa ha la sua valenza anche nel linguaggio parlato, la tonalità della voce la rende riconoscibile quando l’interlocutore desidera porre in evidenza la condizione o l’importanza d’un evento o d’un qualcuno; affermazioni come “ Quella si che è vita” o “ La fede non è utopia” sono chiari modelli atti ad indicare l’importanza, il pregio o la fattibilità di un determinato soggetto, evento, contesto o semplicemente oggetto. In secondo luogo, la Litote utilizzata in chiave eufemistica, indirizza la sua funzionalità verso un unico e specifico intento, ossia, quello di attenuare un’espressione sostituendo degli aggettivi pesantemente negativi o dispregiativi con altrettanti che abbiano la capacità di descrivere la contestazione del sostantivo in questione, senza però attribuirgli un giudizio esageratamente offensivo. Esempio della quotidianità è da ricercarsi in affermazioni come “ nuclei familiari poco abbienti”, “ una politica che lascia a desiderare”, in queste due frasi si denoti come l’eufemismo riesca ad attenuare la negatività dei contesti. Anche la figura eufemistica possiede una sua forma divergente, denominata Disfemismo, quest’ultimo concede all’autore di utilizzare parole sgradevoli o addirittura volgari per definire qualcuno o qualcosa, ma in senso totalmente affettuoso ed ironico, da non confondersi con l’Ironia, figura retorica tramite la quale si enfatizza una marcata verità attraverso l’utilizzo di una locuzione che dimostra l’esatto opposto della realtà o nel caso più frequente palesa sminuendo un legame di fatto.





Oh quel sacral impero, quello si che fu clamore,



amore di pena sconosciuta,



potenza che mai perdette battaglia.



Lor, soldati dalla sconosciuta lentezza del passo,



divennero frugali discepoli della gradual vittoria.



Si che quel fu storico agire,



anima d’un trono dal meritato incoronare,



tripudio d’un sovrano che non fu re



ma popolo ad esso stesso imperatore.





( Enrica Meloni)
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venerdì 30 settembre 2011

Metonimia e Sineddoche, eleganti sostituzioni

Le concordanze di continuità logica e materiale tra vocaboli sono corredate attraverso l’utilizzo di figure retoriche specifiche, atte alla sostituzione di parole con altrettante che possano enunciarne lo stesso significato relazionale. Una figura determinante è la Metonimia, ovvero una figura di spostamento semantico basata sul nesso d’affinità logica o materiale tra il termine originario e quello traslato. L’utilizzo di tal figura comporta ad un’evidente sostituzione di un termine con un altro, apparentemente differente, ma decisamente indicante la medesima cosa. Tale procedura può esser circoscritta in diverse casistiche, tra le quali i più frequenti esempi: un’autore inteso con la citazione del nome di una sua opera, l’oggetto riconosciuto attraverso la citazione della materia dalla qual è composto, il concreto con l’astratto e viceversa ed anche laddove un enunciato sostituisca la causa con l’effetto e viceversa. Modelli semplificanti la comprensione della figura trattata sono da ritrovarsi nel comune linguaggio quotidiano, esempi banali ma d’efficace apprendimento. Vedasi affermazioni come: “L’acquisto di un Caravaggio” oppure “invito a bere un bicchiere”, in queste è nota la sistematica necessità di sostituire un soggetto ed un oggetto con un nome ed una materia, capaci di condurre il lettore ad uno spontaneo riconoscimento immediato del vocabolo di base. Analogamente alla metonimia, la poetica italiana, annovera tra le sue ricercatezze stilistiche anche una seconda figura retorica, denominata Sineddoche, a differenza della prima, quest’ultima piuttosto che rappresentare una vicinanza causale, temporale o spaziale, indica la relazione di maggiore o minore estensione, presentandosi in casi in cui mostra il genere per la specie, il singolare per il plurale e viceversa o la parte per il tutto, esempi frequenti “ puerpere madri” o “ due ruote, inteso come motocicli o biciclette”. Date le due citate figure retoriche, la poesia include anche una terza, denominata Sinestesia, questa è la Sinestesia, una caratteristica forma metaforica per mezzo della quale sono associati termini appartenenti ad ambienti sensoriali differenti, esempi specifici sono: caldi echi, nclusione implicita del tatto e udito, gelide foschie, palese riferimento al tatto ed alla vista. Il poeta se ferrato in materia, riporta sul componimento un arricchimento stilistico non indifferente, armoniosamente musicato dalle sonorità percettive che queste tre figure si capacitano di porre al testo.




Mai vedesti l’acre scure che sguainò dinnanzi al costato dei
mortali.

Luminoso ferro, puntato, smaniosamente rivolto sui seni
delle materne puerpere.
Infanticidio sul soleggiato suolo d’una piangente argilla.Esangue di porporeo lamento fu il grido delle mute madri.Bellicosa corsa dei latini armamenti, criterio impudico d’un
acre editto.
Strage d’innocenti, dai quali infanti gemiti trapelò la
ferita dell’ingiustizia.
Amara luce sui loro volti, circoncisi di silenzi verso un
vivere negato.
Figli d’un Erode
moribondo in pietà ed onore.
Orfani di dignità, reduci da un mondo che a loro mai diede
culla.

Enrica Meloni

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Implicitamente tacita sii tu Aposiopesi

Ogni dialettica presuppone i suoi strascichi interpretativi, giacché diviene possibile che i costrutti della logica grammaticale annoverino in sé un corpo stilistico basato sulla libera ed immaginaria interpretazione del lettore
Modello peculiare di tale caratteristica è l’Aposiopesi, figura retorica, utilizzata nella composizione poetica affinché ci si capaciti di conceder al lettore un margine d’inventiva su ciò che accade nei fatti narrati durante la stesura dei versi.

Un metodo presente anche nella comune e nota narrativa, nelle consuete prose, attraverso le quali l’enigma dell’epilogo diviene protagonista portante del racconto.
Tale figura, sinonimo di sospensione e tacere, è rimarcata anche attraverso il concetto di sospensione, una denominazione appropriata ed attinente giacché comporta al fatto che la fase discorsiva sia interrotta dall’autore, esprimendo implicitamente una propria volontà di evitar il seguito del discorso o di non poter in determinati casi estendere la narrazione degli eventi. In alcune casistiche il lettore diviene l’interprete d un finale mai comunicato, ma spesso è l’autore medesimo, il quale nonostante l’interruzione narrante, riesce a far trapelare il continuo dei fatti, inducendo colui che legge a diventar anch’esso conoscitore della conclusione. Una tecnica avvincente dinnanzi all’esercizio emotivo del lettore, il quale si trova coinvolto in un percorso emotivo, intrigato ed appassionato dalla connotazione di quel finale tanto ambito quanto sconosciuto. L’Aposiopesi enumera una concatenazione d’attese, di suspence, che appaiono, in realtà espresse tra le righe del componimento, puntualizzate dall’evidenza d una causa che inevitabilmente andrà a concepire un determinato effetto. Essa è simile all’ellissi, ma diverge da un aspetto rilevante, in altre parole, mentre nel primo caso si riscontra la soppressione di un elemento presente in una frase, in presenza d’aposiopesi invece per quanto sia indubitabile un’interruzione, si verifica una migliore prerogativa emotiva. L’arcaicità delle commedie greche ne divenne portatrice, si citino Menandro e Aristofane, induttori d un pubblico abituato ad intendere dalla più severa ira dei personaggi alla più incalzante oscenità. Un interrogativo maestro, seducente, accattivante, chiave di riuscita presente anche tra i vocaboli d un erotismo vigente tra i versi nei casi in cui, la censura apparente sfoggia comunque i fondamentali parametri per comprendere ciò che accade. Una retorica dal tratto femmineo, d una tentatrice opera, estesa e protratta in un unico obiettivo, ossia, conquistar l’attenzione del lettore. Un banale “ se avessi potuto incontrarti…” diviene decoro raffinato di un concepir una trama nella trama, coadiuvate da svariate interpretazioni e comprensioni, singolarmente interessanti nel medesimo tempo. Aspetti più formali sono riscontrabili anche in autori come il Manzoni: "E questo padre Cristoforo, so da certi ragguagli che un uomo che non ha tutta quella prudenza, tutti quei riguardi...". La poetica odierna gioca soprattutto sull’utilizzo d un condizionale, tempo perfettamente compatibile sul lasciar intendere ciò che avrebbe o potrebbe accadere.



Tu effimera, manipolatrice, scostumata nudità, riversi in lui ciò che seiSe i seni tuoi sollazzassero il suo sguardo in roventi essenze.Umori di gemente estasi, cibaria innominata sulla pelle sua.
Se t’avesse veduta cinta d’organze austere sul talamo del tacito silenzio.
Ogni vocabolo avrebbe mutato il suo nascer in dolenti ed intensi gemiti amatori.Tu, plebea, ingorda meretrice, se avesti giaciuto tra le sue lacrime, leggendari evento.
Nota tra le anonime false vestali, ammiraglia d’orgasmi perduti.Saresti diva d’ogni lauto pensier.Se fossi stata sua ombra, di non solo asfalto le vie sarebbero ricolme.

Enrica Meloni
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Affine all'iperbato fu l'anastrofe

Il percorso d'analisi sugli stili presenti nel testo poetico, riversa la sua presenza dinnanzi alla ricerca d'enfasi all'interno dei periodi componenti una stesura. La strumentalizzazione ragionata dell'utilizzo retorico diviene forma d'arricchimento stilistico, un corredar d'eleganza e di completezza in forma e contenuto.

Una delle tipologie salienti del ricorrere alla figura retorica si riscontra nell'Anastrofe,norma alquanto classicheggiante, frequentemente nota nella poetica italiana.Essa s'esprime attraverso un'anteposizione dell'ordine ordinario di un gruppo di termini successivi, non implicando l'inserimento d un inciso tra i termini, peculiarità concernente invece l'Iperbato, il quale invece comporta lo spostamento di un enunciato all'interno di un sintagma, ovvero mentre nel primo caso i vocaboli sono invertiti subendo uno spostamento di posizione dalla loro collocazione all'interno della frase, nel secondo caso invece lo spostamento avviene con l'aggiunta di un vocabolo capace di mediare tra i due, creando così una funzione logica. Tali inversioni riguardano alcuni nuclei, quali sono: il binomio verbo-complemento oggetto, sostantivo-complemento di specificazione, soggetto-verbo. L'inversione erge la sua matrice fondante dalla latinità, infatti, la principale caratteristica è quella nella quale il verbo d un periodo logico si trova allocato al termine di una frase. Per quanto apparentemente possa dar un impatto contorto durante la lettura, in realtà si evince che l'anastrofe sia un elemento preponderante di ricercatezza compositiva, una giocosità letteraria, alquanto costante nelle produzioni italiane. Tale peculiarità è comparata anche nelle culture meridionali della penisola, le quali possiedono una ramificazione d'idiomi dialettali che precludono il posizionamento della forma verbale alla conclusione della frase. Ad esempio, in Leopardi: Allor che all'opre femminili intenta sedevi, assai contenta (Canti, A Silvia, 10-11) si riscontra la classicità dell'anastrofe, palesemente affine con l'iperbato ma non identica come spesso s'incombe credere erroneamente. « ... A noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura » (Foscolo, A Zacinto), evidente iperbato, dal momento che fra i termini vi è un inciso mediatore. Etimologicamente definito " passato oltre", l'utilizzo dell'iperbato non concilia totalmente con l'inversione, aspetto portante dell'anastrofe. Il tutto diviene uno sconvolgimento estetico tanto ritorto quanto singolare. Un algebrica equazione simbolica, dalla quale nelle sue apparenti incognite si giunge ad un risultato, il quale in tal caso si mostra seducente.

A lui fu ardor d una bramosa arsura di beltà femminea.

Struggente annoverar d'anticate proiezioni furtive di quel che rimuginò.

Speranzoso dinnanzi all'analessi dell'anima, a lui ferì un pianto d'iraconda tristizia.

Ad esser oppresso dal remoto esser stato fu egli nel suo inconsolato pensar.

Deleteria a lui venne la mano della solitaria sorte.

Arreso alla turpitudine dei giorni, di coraggio tremante nella nostalgia permeò.



Enrica Meloni

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L'Allegoria

Il percorso verso la conoscenza dell'utilizzo delle figure retoriche nei componimenti poetici procede attraverso l'approccio con l'Allegoria. Il ricorrere a tale figura concede all'autore di esprimere un concetto o una parola pur non appuntandola nel suo modo convenzionale, ma riuscendo nel medesimo tempo
ad esprimerla attraverso vocaboli diversi che ne delineano lo stesso significato. Tale norma espressiva comporta al fatto che la stesura d un testo presenti trasformazioni di nozioni astratte o concetti morali in immagini solitamente suggestive. Il termine Allegoria di per sé significa " scambio", giacché è palese la sostituzione terminologica dei termini pur lasciando che il significato sia stabile ed immutato. Un tecnicismo letterario costruttivamente rilevante dal punto di vista intellettivo, giacché la mente dell'autore diviene soggetto di concepimenti astratti capaci di delineare significati empirici. L'utilizzo allegorico potrebbe avere anche un secondo fine nel momento in cui l'autore decide d'ironizzare s un determinato concetto, estendendo così immagini simboliche che in realtà esprimono l'esatto opposto. Questa seconda accezione rileva la funzionalità giocosa di come tal figura retorica sia adatta alle più disparate rese stilistiche. Mediamente l'allegoresi evidenzia il fatto che il poeta mostri una palese intenzionalità, nel far emergere concetti differenti da quelli comunemente di base riguardanti ad un noto significato. La sostituzione terminologica pone in risalto così la creatività impressa nella stesura dei componimenti. Esistono casistiche nelle quali accade che invece l'allegoria non sia intenzionalmente studiata con minuzia, ma sia concepita nella casualità del corpo del testo. Mediamente è il lettore che carpisce l'impronta allegorica, interpretando nel suo personal arbitrio il significato subliminale dei fraseggi. Questo passaggio rende il testo suscettibile all'interpretazione, specie se vi è un'insolita presenza di concetti astratti che invogliano la fantasia di chi legge ad una molteplicità di letture differenti. Alcune tipologie di genere letterario sono soggette ad esser pregne di costrutti allegorici, vedasi la fiaba, gli exempla, l'apologo ed i bestiari i quali sono notoriamente allegorici in tutta la loro stesura.


Occorre puntualizzare che esista anche una tipologia d'allegoresi intermedia, nella quale il poeta enuncia parzialmente il suo pensiero lasciando un margine di comprensione rivelatrice a quello che si desidera intendere. Altro modello allegorico è segnato dall'enigma, elemento nel quale l'oscuramento della decifrazione da parte del lettore permea in un irrisoluto interrogativo privo di risposta, i testi oracolari e profetici divengono di ciò un utile esempio.


Solenne sacralità, liturgia dei sensi, opulenta ricchezza che ad alcuni sfuggì.

Mano instancabile colta d'abbracci di molteplici tocchi, vai imprimendo tatto nella moltitudine d'altri innumerevoli palmi.

Sagace stretta, decisionale schiaffeggiar nell'orda dell'errore.

Impronta nitida in costui che di ragionevole estro impresse coerente forza.

Tremolìo immondo nella presa del vacillante stolto moribondo.

Arto simbolico, dal quale oggi passo e gesto vien imperato.

Meditar s un capo ignaro del nome che porterà.

Sii tu instabile mente, dormiente, riflessiva, raffinata, irragionevole culla d'innumerevoli pensieri


La mente divien empiricamente quella mano che nell'interpretativo soggettivo nella sua presa lascia impronte conseguenti al suo livello di forza. Così come la mano media con diverse molteplicità d'azioni, date dallo sfiorar continuo diversità materiali, al pari d'essa la mente umana percorre il suo esercizio vitale solleticando l'elaborazione degli impulsi da svariati pensieri che la rendono salda e decisa come una mano nel suo vigor muscolare o dormiente ed irragionevole come una tremante mano senile.
Enrica Meloni
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Innate , innumerevoli, impareggiabili Alliterazioni




L’espressività nelle stesure scritte diviene spesso maggiormente efficace e percepibile ai sensi. Il fine compositivo, spesso tanto incompreso quanto però efficace, concede nel medesimo tempo di ritrovare un risultato armonico e piacevole,


attraverso l’utilizzo delle figure retoriche, forme atte a deviare quello che è in consuetudinario linguaggio comune. La poesia ne diviene un’abituale fonte, dalla quale queste ultime possono esser riconosciute ed apprezzate. Erroneamente accade che l’attitudine al semplicistico e convenzionale linguaggio comporti al fatto che, tali forme siano considerate un autentico mercimonio d’una sintassi falsata e scoordinata della stessa lingua italiana.


Qualora vi si ponesse reale attenzione a ciò, si comprenderebbe e s’apprezzerebbe il tutto, giacché tali costruzioni comportano ad un arricchimento e ad una ricercatezza stilistica piacevole dei componimenti, donando così un risultato non banale, mai ovvio e soprattutto non oggetto d’una scontatezza alquanto opinabile. Per quanto la lettura sia un atto personale, di un’intimità soggettiva, nel suo silenzio custodisce la percezione interpretativa che il lettore elabora durante l’approccio con il testo scritto ed in virtù di ciò l’aspetto fonico-ritmico dei vocaboli necessita d’una sua estetica.


La ripetizione di suoni, valida sia per consonanti sia per vocali se utilizzata all’interno di più parole consecutivamente, concepisce un’eleganza stilistica non indifferente, l’allitterazione diviene la matrice di tutto ciò. Il patrimonio letterario possiede una vastità di componimenti, contenenti tale forma linguistica, la base fondamentale si riconosce nell’utilizzo di suoni rigidi e netti reiterando la presenza consonantica o di suoni alquanto armonici che sono carpiti dalla ripetizione vocalica frequente in alcuni vocaboli. Ciò comporta al raggiungimento di una versatilità percettiva dello scritto, giacché il lettore sarà in totale naturalezza, coinvolto in un evidente ricordarsi di ciò che è stato da lui letto, proprio grazie alla ripetizione accentuata di tali suoni, i quali replicandosi invitano ad una non dubbia curiosità.


Odiernamente l’allitterazione è strumentalizzata a scopi commerciali, riconoscibile in sviluppi mediatici di prodotti a carattere pubblicitario. Per quanto in apparenza le parole che presentano ripetizioni suscitano scalpore e mancanza di connessione e coerenza tra loro, poiché prive d’un legame concettuale, per paradosso divengono figlie d’un costrutto inopinabilmente corretto, giacché fedeli ed affini ad una forma linguistica realmente presente nella lingua italiana. Ciò diviene dimostrazione del fatto che non tutto ciò che è leggibile ed incompreso sia frutto d’errori, ma sia invece il risultato ragionato d’un apprezzamento ed utilizzo stilistico, scaturito dal libero arbitrio epistolare. Esser i fautori d’una propria inventiva compositiva diviene un utile esercizio di una facilitata comprensione di tale forma linguistica. Nessun libro di testo è esente da tali contenuti ed in aggiunta a ciò, i mezzi informatici presentano una vastità di modelli esemplari di poetica remota e contemporanea.


Ciò che ci si domanda è: “Solamente la poetica dei noti autori si capacita d’esser fonte inesauribile di questa ricchezza linguistica”? Ovviamente la risposta si ritroverebbe in un palese " No", giacché l'individuo innatamente compone allitterazioni senza esserne consapevole. L’allitterazione è politicizzata, santificata, medicalizzata, economizzata, musicata, venduta, ripetuta, sconosciuta. Apprendendola si diviene conoscitori di quel miracolo universale qual è la nostra impareggiabile lingua italiana.


Consuetudinariamente s’espresse quella consueta e conseguente ricchezza del parlar.


Un plasmar d’eventi, persistenti, susseguenti, possidenti di ciò che di vital vissuto si ebbe.


Ripetute, riposanti, rinvigorenti rime,


mai solitarie solennità in spuri soliloqui.


D’un armonico andante, si scrisse silenziosamente nel sussulto dell’amata ricerca del sapere.


D’innata ed inconsapevol poesia ci si posa pacatamente nel piacer dei sensi.


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martedì 23 agosto 2011

Antitesi ed Ossimoro, consueti identici opposti.




L’opporsi, un agire sovente e costante nell’itinere esistenziale, tanto presente quanto spesso di netto stile ed apprezzamento secondo le modalità ed il contesto nel quale questo si manifesta. Comparabilmente alle forme comportamentali effettive, la contrapposizione diviene un elemento peculiare che si riversa raffinatamente anche nei testi scritti, loco predominante nel quale l’eleganza del suo rendersi noto si mostra nettamente valida. L’antitesi, concetto univocamente a se, privo di degni sinonimi, possiede la paternità creativa per eccellenza tra le svariate figure retoriche. Un’accurata analisi del suo costrutto palesa di gran lunga come nella semplicità, sia distintamente capace di riprodurre all’interno di un periodo sintattico un effetto alquanto insolito, dato dall’accostamento di due parole o frasi d’opposto significato. La differenza per quanto sia preminente, gratifica il lettore con un avvincente tono creativo inopinabilmente curioso nella sua bizzarria. Durante la lettura, taluni accostamenti oppositori potrebbero apparire estrosi, nel medesimo tempo rendono un’insolita riuscita del testo proporzionalmente alla stravaganza dell’autore, maggiore è la sua inventiva, paritaria diverrà la validità d’efficacia. Tale figura retorica si presenta in due tipologie, ovvero in veste di contrapposizione tra frasi ed in alcune casistiche anche in opposizione tra parole. Alcuni modelli d’antitesi sono leggibili in diverse opere letterarie, fonti inesauribili di queste acutezze creative. Vedasi la maestria del Carducci “Breve e amplissimo carme, o lievemente co 'l pensier volto a mondi altri migliori l'Alighier ti profili o te co' fiori colga il Petrarca lungo un rio corrente”; (Al sonetto, vv 1-4), palese esempio di come la contraddittorietà esprime una decisiva eleganza sul testo. L’antitesi è da definirsi allegoricamente come la “ genitrice” d’una seconda figura retorica, la quale è denominata Ossimoro, similmente alla prima, la seconda consiste nell’accostare due termini in forte contrasto tra loro. La divergenza consiste nel fatto che l’ossimoro implica che i due termini siano inadattabili ed inconciliabili, con la caratteristica che uno dei due possegga una funzione decisiva nei confronti dell’altro come ad esempio nei casi in cui vi sia presenza di verbo ed avverbio, soggetto e predicato, sostantivo e aggettivo. Spesso l’utilizzo dell’ossimoro diviene necessario nel momento in cui la lingua italiana non preveda l’esistenza d’alcuni termini o vocaboli, o perché le sue regole, vincolate da determinati formalismi debbano contraddire se stesse affinché possano indicare alcuni concetti particolarmente intensi. Giacomo Leopardi nel suo componimento L’infinito ne rileva alquanto professionalmente l’essenza, nettamente espressa al meglio al termine dei suoi versi, ove “E 'l naufragar m'è dolce in questo mare” divenne incontestabilmente un successo poetico d’altri tempi.





Plasmabile nell’assente materia informe,



forgiata nell’ indeformabile clinamen di quel che mai fu.



Generata ed inesistente, fu lei, santificata nella dannazione del creato.











Iraconda e quieta crebbe,



lussureggiante nell’idioma corporeo, attraverso il quale ogni movenza sussisté immobile.



Un dissetarsi siccitoso.











Discepola d’una sterile stirpe, effetto d’una mortal nascita.



Laidezza bonaria d’ogni furba ingenuità.



Bipolare estro dall’eco riverso nel non sense di risposte prive di domande.









( Enrica Meloni)
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