mercoledì 12 ottobre 2011

Tu, Ritonna.


Esteta d'eleganza,



 posteriore rotondità alle spalle d’un pronao



 che di te è laterizia beltà.



Magnitudine alla deiforme preghiera,



parola tua nei marmorei tuoi messali.



Nato dalla vulcanica pomice



 mai temesti intemperie.



Dimora di leggendarietà



 vantasti di te somma posa.



Plasmata arte,



 Ritonna fu il nome tuo.



Percorsa da nobiltà



 a te affidate ad esser culla del perpetuo riposo.



Un decalogo reale,



 quello in cui la tua architettura si beò di visibilità.



Tekné dall’immortal veduta,



vista, contemplata,



 ribadita nel veder d’ottiche sapienti.



Materia di un’indelebile struttura,



 battesimo al mondo



 sii tu indistruttibile Pantheon.



Risorgivo al cospetto adrianeo,



 come ancestrale luce,



 fosti alla terra opera salvifica.




( Enrica Meloni)
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lunedì 10 ottobre 2011

La poesia didascalica






Il genere poetico afferente alla poesia didascalica si basa s’una forma di brevi componimenti, mediamente strutturati in epistole o capitoli finalizzati ad enunciare teorizzazioni di matrice filosofica o di carattere etico e religioso. Altra peculiarità portante di tale tipologia è la trattazione di dottrine scientifiche e tecniche o d’argomentazioni dal contenuto geo-storico. Codesta branca ha implicato nel corso dei decenni una cospicua produzione poetica, catalogabile fin dagli albori del VIII a.C., periodo durante il quale il poema breve “ Le opere e i giorni” di Esiodo, divenne l’opera prima dalla quale conseguentemente ne derivarono altre produzioni, riprendendo da essa le caratteristiche di brevità ed informazioni pratiche su varie discipline. Il testo in questione divenne esempio emblematico sul come già all’epoca la poesia avesse anche rilevanza d’utile vademecum, infatti si rammenti che il poemetto di Esiodo trattò con un minuzia una sequenza di consigli utili allo svolgimento delle attività agricole nelle rispettive stagioni. Metodo quello didascalico, che divenne stile adatto all’impaginazione di manuali volti alla spiegazione delle attività. L’ambito zoologico e farmacologico, strumentalizzarono alquanto l’utilizzo di tale forma poetica, corredandone l’eleganza stilistica in simbiosi con l’utilità pratica dei dati descritti e spiegati con specifiche conoscenze. Il contesto agrario vantò d’importanti poemi didascalici, vedasi gli “ Antidoti di Nicandro”, contenente un excursus valido alla conoscenza dei veleni animali, cosi come un altro prezioso patrimonio in età alessandrina come i “Fenomeni di Arato” di Soli. Opere come “ La coltivazione dei campi” di L. Alemanni o “ Il podere e la balia” di L. Tansillo, entrambi poemi didascalici del Cinquecento,i quali si rifanno alla tradizione classica delle “ Georgiche” di Virgilio. Fondamenta importante è da ritrovarsi anche in Lucrezio, il quale con la sua opera latina “ De rerum natura” accresce tramite la poetica l’interpretazione della filosofia epicurea. Per quanto concerne la fase Medioevale, i contenuti trattati s’incentravano sostanzialmente ai bestiari, ossia, riflessioni alle proprietà ed agli influssi benefici ottenuti dagli animali, al pari di questi ultimi è da ritenersi analogo il contenuti dei lapidari, riguardanti lo studio delle pietre e gli erbari, letteralmente riconducibili alle proprie salutari delle erbe. Un rinvigorimento di tale forma poetica si sviluppa con voga nel Settecento, periodo illuministico, durante il quale la necessità di chiarimenti filosofici e religiosi invitarono la ragione degli intellettuali ad una cultura non più empirica come quella delle arti manuali bensì ad una capace d’accostarsi alla metafisica dell’essere, finalizzata alla ricerca d’attività e tecniche che trascendessero dal materiale e vertessero sull’immaterialità presente nella quotidianità del sistema sociale, come l’esempio Inglese di A. Pope, il quale nel suo “Saggio sulla critica” e “Saggio sull'uomo”, dedicandosi all’utilizzo del verso poetico. Le prime raccolte di poesia didascalica, specie quelle di Esiodo, si presentarono in versi esametri, scritte in dialetto ionico, il quale possedeva delle varianti fonetiche, analizzabili e documentabili tra i componimenti di quest’ultimo e quelli di matrice omerica. Il livello stilistico apparve alquanto scadente, come quasi un abbozzar d’una nuova tecnica ancora da arricchire e perfezionare, solamente nei successivi periodi letterari, specie in quelli Europei, il didascalico vantò una forma alquanto leggibile in piacevolezza, comprensione ed eleganza, vedasi le produzioni dantesche e di Brunetto Latini. Il metodo didascalico in realtà seppur un’apparente manualistica d’insegnamento, volle congiungersi all’arte poetica catalogandosi in un’innovazione letteraria capace d’accorpare l’utile al raffinato. Una sperimentazione che però non ebbe un perenne successo tra gli autori, giacché lo sviluppo del romanticismo declinò l’interesse letterario verso ulteriori forme compositive, delineando il decesso artistico di tal forma, tanto amata quanto dimenticata.


ENRICA MELONI

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sabato 8 ottobre 2011

Elionora.


Matrice di social cartigli d’ardua e preponderante sagacia.



Mai infausta firma d’aberranti postulati.



Grembo di fertili istanze,


dalla quali ogni storicità divenne da te contemporaneo lascito.



Tu, giudicessa del tuo essere,



matriarca d’ogni autoctona difendibilità.



Garante di salvifici orgogli di sperata indipendenza,



dirigesti lo sguardo tuo verso l’inalienabile essenza d’ogni isolano pietrame.



Protratta nel nodo gordiano del potere


non tralasciasti fierezza alcuna.



Pragmatica enunciatrice d’amministranti epistole



divenisti estrema costanza di quel che la plebea veste chiede alle sue stagioni:



incorruttibilità esistenziale tra i domini.



Oltre l’ernie di veraci oligarchie divenisti sposa del netto far.



Esente dagli sproloqui del moribondo esecutivo,



ponesti voce al grido di un’ella Elionora,



la lei che divenne poi l’Eleonora del contemporaneo rimembrar.



Liberatrice di Lieros, carnea emancipazione d’ineguagliabile forma.




( Enrica Meloni)



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venerdì 7 ottobre 2011

Recensione sulla poetica di Maurizio Olla



 Gebel Musa



Tremila cinquecento settanta gradini.

Li salgo uno alla volta e per ognuno

ricordo, grata, il monaco che l’ha modellato.

Attorno a me una folla variopinta di suoni odori respiri:

un uomo in una prova di forza

vuole ancora dimostrare

qualcosa a se stesso e agli altri

o così crede.

Ragazzi impegnati

in una goliardica scampagnata notturna.

E cammelli che parlano

a ogni pietra del percorso

che sostiene il loro incedere.

Lascio andare tutti, resto sola,

solo un monaco muto accanto a me

      snocciola il suo rosario.





Gebel Musa, una stesura dal carattere orientaleggiante. Una discorsiva poetica che risalta sulla pagina 32 dell’opera Angel Noir. Statale Editrice 2011. Pagine 57. Euro, 10,00. Autore del testo è Maurizio Olla, chimico , nato il 17 Ottobre del 1970, già noto per la precedente silloge poetica A piedi nudi nella notte. Edizioni Sardegna da scoprire, 2001 . Olla rende pregno il suo stile d’aspetti incisivi, tra i quali la presenza ed enunciata figura femminile, variabile costante dei suoi versi e le emozioni tratte da questa notevole presenza che tacitamente ne incide le sensazioni durante la lettura. Nulla è casuale, la singolarità d’ogni scritto, conduce ad un determinato luogo, firma indelebile nel piè d’ogni poesia.







Un componimento di sedici versi, un’implicita musicalità palese nell’utilizzo d’una strofa libera, non strutturata nella norma della regola poetica, bensì nella spirituale stesura d’un narrare non diretto dell’autore, come consono stereotipo della poetica, ma palese soliloquio della stessa protagonista, essa matrice portante del contesto, bipartitasi in un dualismo nel quale diviene agente ed atto narrato. Non una carnalità femminea in atto, ma quest’ultima diviene un avvincente e subliminale mezzo allegorico, per dar voce ad un loco d’ispirazione narrativa, metafora d’una nomea leggendaria, efficacemente composta nell’intento di render l’ambiente descritto come la personificazione primaria dei fatti svoltesi nel proprio suolo. Gebel, comparabilmente ad un’icona materna, chiarificata attraverso gli eventi mutuati nel suo grembo, concepisce in sé vicende, frammentarietà quotidiane che d’essa né rendono come quasi una plasmabile forma corporea. Non un sol altipiano, non un lascivo sterrato d’arena infertile, ma un rigoglioso congiungersi d’eventi che di essa dona la reale sensazione di vita. Una rivincita berbera, attraverso la quale vi si cela la rimostranza che seppur nell’angustia della precarietà nulla diviene impronunciabile ed invivibile.



 L’instancabilità delle genti riversa la sua natura non desolata nel quarto verso “ attorno a me una folla variopinta di suoni odori respiri”, altro aspetto ribadito nel nono verso “ ragazzi impegnati”, il quale inaspettatamente diviene anche stilisticamente interessante, giacché inarcandosi nel decimo, è concluso con un enjambement “ in una goliardica scampagnata notturna”. Un poetar quello del Olla, che riconduce nella prima fase del testo ad un’impostazione quasi decodificata del Montale, un percorso impegnativo: il simbolismo dei gradini, uno scalar d’eventi, vicende da vivere e carpire nel contenuto.



 Non casuale l’assenza di punteggiatura nel primo verso, giacché il processo del crescere è presentato come un iter graduale, sviluppato nei suoi contorni e mai come mero elenco di fatti. In virtù di questo anche l’immaginario dello scalare, nello specifico, in un altipiano d’oriente, il quale quest’ultimo assume un netto protagonismo nel ruolo portante del procedere. Similmente ad una madre, Gebel concede la partenza dei figli suoi, il periodo “lascio andare tutti”, presente nel quattordicesimo verso n’è rilevante nota. Un paragrafo d’esistenza vissuta s’un suolo dall’acre apparenza ma dalla magnanima emozionalità. Uno scenario suggestivo, sublimato in una ritmica spezzata, un racconto incisivamente chiarificante d’una realtà spesso esautorata dalla sua nota emozionalità.





ENRICA MELONI

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giovedì 6 ottobre 2011

Euterpe

Magnanima risonanza nel lascivo tuo polso che d’aulos si fregia.

Sonante rimembranza nell’estasi della leggendarietà che la tua sagacia ebbe.

Non di sol vivere musicante vivesti, giacché di beltà d’esteta adornasti la tua veste.

Tangibile forma nel ventre tuo, dal qual nobiltà scaturì, somma gerarchia d’una Tracia in vigore.



Ellenica venustà, sospiro informe nell’aere d’un ove dal mancato contorno.

Tu, medesima a te, ritmica imprescindibile d’un fiatar di gaudio.

Coronamento d’un nubilato sconosciuto, poiché di gravida arte fosti matrona.

Scaltramente gioconda nell’oltre dei sintagmi d’eleganza.


Euterpe, onnisciente sibilo d’un mai barbaro fato.

Precisa raffinatezza nell’estimo d’ogni pensier di nota.

Come calcolo inalienabile, sii sommatoria d’ogni vece.

Unicamente Musa del congiunto apprezzar, sia a te, sia al mondo, divieni figlia d’eterno orgoglio.


( Enrica Meloni)
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domenica 2 ottobre 2011

Folgore del tormento


Intimità fallica , mai fallace,



 facilmente preposta a quello che bramò.



Dal voluttuoso nervo,



aurea voluttà circoncisa nell’onirico cercato.



Panteon d’ogni minuzia carnale,



 messianica foce d’un delta straripante.



Similitudine al creato mai senile,



 onnipresente forza dal carneo vigore.



Stele d’una parca mai mortale,



come vocalica completezza d’un indiscusso gemito.



Sii tu, tacita complicità d’amanti mai taciuti.



Follìa sul suolo d’orgasmiche organze,



proliferare di corporee essenze.



Metaforico gettito sulla panca dell’audacia,



mai profana stasi nell’estasi d’un non ritorno.



Amanti nel folgore del tormento,



dittongo inscindibile d’un masturbatorio godimento.







( Enrica Meloni)
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sabato 1 ottobre 2011

Utilizzo del verso nella poetica italiana






Il verso è da intendersi come elemento base del componimento poetico, spesso denominato unità metrica per la sua funzione ritmica e visiva. Il suo termine non è necessariamente limitato dalla punteggiatura bensì dalla discesa a capo. La spiegazione base della sua struttura è data dal riconoscimento della scansione sillabica, in altre parole dalla successione delle sillabe componenti la frase, la qual è a sua volta articolata dal loro numero e dalla posizione degli accenti.



La ripartizione dei versi è corrispondente  alla linguistica, con la quale si attua una vera e propria simmetria espressiva e testuale. Il verso non necessita obbligatoriamente d’una scansione sillabica definita, ma a sua volta può esser considerato “ sciolto”, laddove diviene una porzione di testo limitata come una semplice unità di segmentazione. La poetica italiana prevede differenti tipologie di verso, più frequente è quella dell’endecasillabo, nel quale l’accento principale cade sulla decima sillaba. Mediamente presenta un accento fisso sulla quarta o sulla sesta sede, in virtù della sua caratteristica di versatilità è il più frequente nella produzione poetica italiana, presente anche in formazioni come l’ottava, la canzone, il sonetto e la ballata.



 A differenza dell’endecasillabo è nota anche una seconda tipologia di verso, esteticamente più breve, ma altrettanto incisiva da norme metriche, quali appunto la collocazione dell’accento ed il numero di sillabe componenti, aspetti presenti nel quaternario, comunemente noto con il nome di quadrisillabo. Tale tipologia prevede che l’accento principale sia disposto sulla terza sillaba, qualora l’ultima parola fosse sdrucciola o tronca, conterrebbe eccezionalmente tre o cinque sillabe, in contrasto alle comuni quattro, dalle quali solitamente è composta, avendo notoriamente l’ultima parola piana. Altra condizione presente nella regola del quaternario è la presenza d’un secondo accento sulla prima sillaba del verso stesso. L’analisi delle varie tipologie di verso prosegue con il quinario, il quale possiede l’accento principale sulla quarta sillaba, nel caso in cui questa fosse tronca o sdrucciola avrebbe quattro o sei sillabe, mentre nel caso in cui l’ultima parola fosse piana conterrebbe cinque sillabe.



Il senario, invece, è un verso comprendente sei sillabe a sua volta bipartito in due caratterizzazioni caratterizzazione differenti, nel primo caso, denominato anfibrachico, gli accenti sono posti sulla seconda e quinta sede, avendo così di fatto un trisillabo. Nel secondo caso l’accento tonico si colloca solamente sulla quinta sillaba del metro, conseguentemente se l’ultima parola fosse piana il verso comprenderebbe sei sillabe, mentre se fosse sdrucciola o tronca ne comprenderebbe cinque o sette. Un’ennesima tipologia di verso è quella del settenario, all’interno del quale l’accento principale è posto sulla sesta sillaba. Nel caso in cui l’ultima parola fosse tronca o sdrucciola, presenterebbe sei o nel secondo caso otto sillabe, altra casistica è data dall’eventuale ultima parola piana, in tal caso il verso sarebbe composto da sette sillabe.



 L’ottonario, invece, è composto da otto sillabe in presenza dell’ultima parola piana, condizione nella quale l’accento principale cadrebbe sulla settima sillaba, sulla base delle eventuali composizioni numeriche delle sillabe, nel momento in cui l’ultima parola fosse invece tronca o sdrucciola, se ne potrebbero così conteggiare sette o nove. Gli accenti metrici sono mediamente collocabili sui segmenti dispari, quelli secondari sono da ritenersi collocabili sulla seconda, quarta e sesta sillaba. Anche il novenario, letteralmente presenta nove sillabe, con accento principale sull’ottava sillaba nel caso d’ultima parola piana, mentre nei casi in cui questa fosse tronca o sdrucciola il numero di sillabe muterebbe ad otto o dieci. Infine nei casi in cui i testi poetici comprendessero un decasillabo, diverrebbe semplice notare la sua composizione di dieci sillabe con accento sulla nona in caso d’ultima parola piana, mentre in presenza di tronca o sdrucciola , il numero di sillabe si ridurrebbe a nove o aumenterebbe ad undici.






ENRICA MELONI
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