domenica 26 febbraio 2012

Claudicante sventura


Supina nella speme di un perché mai statico,1
vorticosamente ingenua agli enigmi di cupidigie ancor disfatte,
come languori di salinità di pianto, 
a lei esanimi si ripongono nel culmine dell’attesa.4

Desolazione nel corpo mai santificato in giovine completezza,
intarsiato da una stantia dolenza d’animo,
s’imbatté nel decoro di lamentosi strascichi.7

Capezzoli come capezzali d’una morte oramai d’imminente voce,
cibaria d’un mancato sapore per l’amor affranto d’alacre mancanza.9

Moribonda e necroforme sonno il suo,
d’angelico ricordo inorgoglì il suo remoto,
di spasmo d’aspri spiragli, diede firma al suo presente.12

Donna, nudità d’una cinta vestale,
refrigerio senza calura sii tu figlia d’una claudicante sventura.14

( Enrica Meloni)

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domenica 12 febbraio 2012

Carneo vocalico


Spasmo, mai sarcastico,
trittico al lascivo e tenue languore,
Pronuncia omnia di quel che d’imminenza carnale attese.

Omega verso inizi perpetrati in longevi sentori,
come padri di fertili stirpi
furono a loro umori privi di tregua.

Sessualità nel senno d’altri silenzi,
echi nell’instabile movenza
gagliardamente eccentrica d’appetibili sospiri.

Appacificante diatriba nella coerenza del darsi,
solennità nell’intrigo del carneo vocalico
ove lor giacciano silenti di godimento, nobil sesso.

( Enrica Meloni)
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giovedì 19 gennaio 2012

Congiunte pose

Adagio,

nella compostezza di dignitose litanie, elevò lo sguardo suo.

Mai infante,

inopinabilmente pregno d'innocenza.

Castano bagliore nell'iride della domanda.

Virgulto nella crescita d'innata fede.

Un battistero nella riverenza d'ossequi penitenti.

Piedi nivei, invalcati da corrotte polveri.

Sospensione nell'aere dell'incanto,

pudica infanzia,

redenta al cosi sia di congiunte pose.


( Enrica Meloni)
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Supplizio

Moria d'una funesta vanagloria,

esausta,

adagiata sull'asfalto d'un latente fiele,

ingordo d'anime agognate.

Come furia d'inquisitori risvolti,

dormì vegliante il risveglio dei dannati.

Controsenso non casuale,

maldicenza d'ingiusti d'irrecuperabile passo.

Lei,

femminea morte,

conclave di putrescenti realtà,

divenuta sommatoria d'infimi rigetti.

Salmastra stirpe d'uno scarto degno di brace: guerrafondai.


( Enrica Meloni)
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domenica 15 gennaio 2012

Saffico mugugno


                                                      (dipinto di Massimo Campigli 1948)
Rosee carni,

perpetue voluttà nell'escaton della brama.

Cocente e lascivo verbo

nella cibaria degli umidi umori.

Natura

mai affranta

dolente,

scagliata contro un'altezzoso e superbo membro.

Loro,

messianiche latitanze nel talamo della femminea cupidigia.

Materne lodi

in seni speranzosi e bocche artefatte d'orgasmi taciuti.

Silenti,

taciturne nell'evolversi di scomposte pose.

Circuite a se nella penombra del barlume

ove le due invirginee vestali vissero deliri maniacali.

Sessualità,

vulve implumi nel linguaggio di cunnilingus interminabili.

Forme inumane,

sacrilegio perdonabile nei vangeli del piacere.

Versetto didascalico dell'ultimo sgorgare.

Labbra d'un caldo idioma:

kamasutra oltre tempo nell'orda del confessar roveti di vita.

Epilogo nel liquido bianco d'un saffico mugugno.


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Clinàmen



Astrattismo,





atavica forma di surreali movenze.





Come Clinàmen di congiunti incontri,





incrocia essenze nei casuali connubi.





Epicurea veduta,





formazione d’una materia che del se si foggia.





Mai statica,





assenteista dinnanzi all’apatia.





Apoteosi d’una mai dannata caduta,





di vincenti strapiombi incorpora vitalità.





Basilare flessione verso un insolito plasmare.





Visibilità mentale,





immaginario d’una remota origine,





presente in potenza mai utopico.





Terrena forma





dall’ombra liberatoria,





come opera d’arte si districa nel mondo.



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sabato 14 gennaio 2012

Centesimale dignità



Capiente  mano dalla depauperata manna.





Funesta sorte,





 famelico guaire di quel che bramato fu.





Turpitudine nell’innocenza d’una irrisoluta richiesta.





Nota mai musicata,





silenzio d’un piangente spasimo.





Sconnesso discorrere allo stremo delle cause.





Come un guanciale assente





 mai il capo s’adagiò in regal riposo.





Arsura,





Strillo d’un adagio





che nei lembi della fame divenne piaga morente.





Da un dolente parto funereo





in te nacquero travagli.





Excursus innominati nella stagione dei languori.





Flaccide speranze nei pergolati della pietà.





Irredenta fame,





centesimale dignità,





sfrattata ed infangata nell’asfalto dei silenzi.






( Enrica Meloni)
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